Residence, salta il piano per la chiusura: il Comune rimanda al 2019, “l’incapacità del Comune primeggia sempre, ma anche la Regione non scherza”

Residence, salta il piano per la chiusura: il Comune rimanda al 2019

Firmata una delibera che ‘ridefinisce’ il piano. Ma si ripunta sui Sassat

Ylenia Sina

28 giugno 2018 19:08

Case popolari, Castiglione inserisce nella lista degli sgomberi altre 4 mila famiglie

Un fallimento. L’ennesimo. Il Campidoglio rimanda la chiusura dei costosissimi Centri per l’assistenza alloggiativa temporanea, meglio conosciuti come residence, al 31 giugno del 2019. La gara per il reperimento delle 800 case che li avrebbero dovuti sostituire, assumendo il nome di Sassat, Servizio assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo, ha avuto “esito negativo”. Le 1296 domande avanzate per accedervi, colpa della “esiguità delle risorse umane a disposizione negli uffici”, non sono ancora state lavorate. La mappatura degli immobili del patrimonio comunale e di quello confiscato alla criminalità organizzata non è ancora terminata. Un flop scritto nero su bianco in una delibera approvata dalla Giunta capitolina il 19 giugno scorso, la numero 110, che va a ridefinire il Piano generale assistenziale alternativo ai Caat del 25 luglio scorso.

La delibera riscrive il calendario che dovrebbe portare alla chiusura delle strutture dove per anni sono state ospitate famiglie sfrattate o sgomberate. Strutture finite nel mirino per gli affitti milionari versati dal Comune ai soggetti proprietari. Ma introduce anche una serie di novità nella gestione della cosiddetta ‘fase di transizione’ che interessano le famiglie che ancora ci vivono.

Come anticipato, il ‘periodo di transizione’ dai Caat ai Sassat slitta dal 31 ottobre 2018 al 30 giugno del 2019. Entro la fine del mese di luglio di quest’anno dovrebbe essere pubblicato l’elenco degli idonei. I trasferimenti dalle strutture che hanno il contratto scaduto vengono invece posticipati di un anno rispetto a quanto previsto, al marzo del 2019. Si continuerà, quindi, a prorogare i contratti d’affitto. Anche se l’obiettivo espresso nella delibera è quello di “considerare la possibilità di pervenire ad una ricontrattazione con gli attuali fornitori”. Slittano al marzo del 2019 anche i tempi per l’esito della ‘manifestazione di interesse’ per il reperimento degli 800 alloggi da affittare a canoni di mercato che dovranno essere adibiti a Sassat.

Entro il 31 luglio 2018 verrà pubblicato il nuovo avviso. Il Campidoglio, quindi, ci riprova e, qualora per la seconda volta l’operazione non dovesse andare a buon fine, senza piano B. Non manca qualche novità. L’amministrazione sborserà solo le spese per la locazione, e non è specificato se il ‘risparmio’ verrà investito per rendere più appetibile la proposta ad eventuali proprietari o se per aumentare il numero delle case da reperire. Oltre alle utenze, le famiglie dovranno provvedere quindi a pagare la manutenzione ordinaria e le spese condominiali. Non solo. Si ritroveranno assegnatarie di alloggi vuoti. Anche l’arredamento sarà a loro carico. Il tutto, si legge nella delibera, “allo scopo di ampliare i fondi dedicati all’assistenza di nuovi nuclei familiari e, al contempo, agevolare una crescente autonomia degli stessi”. Il tutto per un periodo massimo di 24 mesi.

Vengono introdotti infine “ulteriori requisiti nella scelta dei nuclei familiari da inserire nel servizio Sassat”. Tra questi, anche le “valutazioni espresse da servizio sociale dipartimentale che dovrà privilegiare i nuclei caratterizzati da specifiche fragilità economiche, sociali e sanitarie”. Ha un peso anche la “residenza pregressa nel municipio in cui è stata individuata la struttura”. Non solo. Nell’assegnazione delle case si valuterà anche l’idoneità della struttura a “specifiche condizioni di fragilità” organizzando “in termini di qualità e quantità, la convivenza tra i diversi nuclei familiari in maniera tale da mantenere un assetto sostenibile, armonizzando le diverse problematiche di cui saranno portatori gli stessi assegnatari”.

Chi risulterà escluso, ed entro 90 giorni non avrà usufruito del ‘Buono casa’, perderà il diritto all’assistenza. Un particolare non da poco considerate le difficoltà riscontrate fino ad oggi nell’utilizzo di tale strumento. Andrà incontro a sgomberi anche chi non avrà i requisiti per una casa popolare. In questo modo proseguirà il piano del 2018 per la dismissione dei residence, mentre le famiglie aventi diritto, come accaduto negli ultimi anni, verranno trasferite nelle strutture che restano aperte. 260 di loro, si legge ancora nella delibera, rientrano tra i primi 1200 in graduatoria per una casa popolare e dovrebbero vedersene assegnata una entro 24 mesi.

“Questa delibera è la brutta copia della precedente perché ripropone le stesse formule già fallite” il commento di Fabrizio Ragucci, segretario romano di Unione Inquilini. “Il comune non ha ottenuto risultati perché le idee che aveva messo in campo erano pessime, non vedo per qualche motivo la nuova delibera debba funzionare. Il problema a Roma è che l’assistenza va affrontata e superata con un intervento strutturale che non parta dalla riproposizione della formula dei residence ma da un inserimento delle famiglie in alloggi del patrimonio esistente”.

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INCAPACITA’ O VOLONTA’?

IO NON CAPISCO IL PERCHE’ IL COMUNE NON CONTATTA I COSTRUTTORI ROMANI CHE HANNO CIRCA 40 MILA ALLOGGI INVENDUTI E PERCHE’ NON LI COSTRINGONO A FARE UN SERIO ACCORDO CON LORO PER UTILIZZARE TALI ALLOGGI, ACQUISTANDOLI A UN PREZZO POLITICO

IL COMUNE SE VUOLE HA GLI STRUMENTI PER FARE CIO’ SEMPRE CHE CI SIA LA VOLONTA’ A FARLO,MA TEMO CHE COME AL SOLITO OLTRE ALL’INCAPACITA’ CI SIA ANCHE MANCATA VOLONTA’

A CHI GIOVA TUTO CIO’?

QUESTO ERA UNO DEI 10 PUNTI CHE AVEVO INVIATO A ZINGARETTI APPENA ELETTO NELLA PRIMA LEGISLATURA PER RISOLVERE IL PROBLEMA CASA, MA EVIDENTEMENTE FA PIU’ GOLA AFFITTARE I RESIDENCE DEI PALAZZINARI CHE COSTANO 40MILIONI DI EURO ALL’ANNO, CON QUESTI SOLDI SI SAREBERO COSTRUITE MIGLIAIA DI APPARTAMENTI IN TUTTI QUESTI ANNI,MA EVIDENTEMENTE ALLA POLITICA FA PIU’ COMODO TENERE LA GENTE NEI RESIDENCE CHE DARGLI UNA CASA LORO A PATTO DI FUTURA VENDITA .

PURTROPPO L’UNICO POLITICO CHE CAPI VERAMENTE IL PROBLEMA CASA FU FANFANI CON IL SUO PIANO CASA DEGLI ANNI 60.

Fare un accordo con i costruttori che hanno circa 40 mila alloggi invenduti acquistando gli alloggi necessari per eliminare i residenze e le Liste di attesa facendo adeguati controlli sulle stesse liste ormai molto vecchie.

 

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