Ho letto questo articolo scritto da un noto giornalista,del Corriere della Sera e mi fa fatto molto piacere apprendere che qualcuno sta aprendo gli occhi su tale problema ch è molto più grave di quello che sembra.
A ragione il giornalista questa non è più emergenza abitativa, ma INACCETTABILE normalità casa, io direi molto di più,la definirei normalità dell’ABUSO!
Ma da parte dell’Ater e della Regione Lazio,che non solo se ne sono fregati altamente di tale problema, permettendo che accadesse di tutto e di più, spesso il di più fatto da loro stessi, violando norme e leggi, ma la cosa più VERGOGNOSA è che si stanno vendendo all’asta le case anzichè assegnarle a chi ne ha diritto!
E stranamente su questo tutti tacciano,come mai?
Ma se i primi in graduatoria sporgessero querela contro l’ATER di Roma per abuso di potere forse qualcosa cambierebbe, ma si sa che gli italiani non hanno tale coraggio, cercano solo raccomandazioni!
Annamaria Addante
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Roma: case che mancano, è ipocrita parlare di emergenza dopo 25 anni
Davanti a 57.000 famiglie in difficoltà abitative (dati Acer 2018), 14.000 residenti negli immobili occupati, 10.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica occupati, meglio definirla ormai «normalità del disagio»
Dalle crisi dovremmo cercare di cogliere anche le opportunità oltre che i dolori. Potremmo cominciare a ridurre il tasso di ipocrisia su alcune delle grandi questioni che rendono la nostra società sempre più ingiusta: il primo potrebbe essere abolire dai nostri discorsi (e dai nostri articoli) l’espressione «emergenza casa». Si può definire emergenza un fenomeno che esplode, inatteso, dalle conseguenze imprevedibili.
Si può definire emergenza quella del Covid-19, che pure molti esperti avevano in qualche modo paventato, ma che ci è arrivata addosso come una valanga. Ma dovremmo vergognarci a chiamare emergenza una situazione di carenza assoluta di alloggi di cui parliamo da 25 anni. Di speculazioni di cui non parliamo quasi più per quanto fanno parte dello sviluppo urbanistico di Roma. Una città che non è mai stata pensata se non per grappoli di case costruite dove capitava, senza servizi, trasporti, le necessità fondamentali di quella che chiamiamo comunità. Non si parla di emergenza davanti a 57.000 famiglie in disagio abitativo (dati Acer 2018), 14.000 residenti negli immobili occupati, 10.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica occupati (con 14.000 domande in graduatoria). Sono 7.000 gli sfratti esecutivi l’anno, l’80% dei quali per morosità incolpevole (dati ministero Interno e Unione inquilini).
Con la crisi del Covid alla riapertura dei Tribunali civili le richieste di sfratto sono 500 a settimana. Cinquantamila nuclei familiari hanno chiesto il contributo affitto solo a Roma e 160 mila il buono spesa. E non parliamo mai degli ottomila senza fissa dimora, che per le associazioni che se ne occupano sono almeno il doppio. La verità è che questi numeri sono frutto di un complicato incrocio di dati divergenti perché l’articolo 5 del Piano casa Renzi-Lupi del 2014 vieta la concessione della residenza agli occupanti. Con il risultato brillante che le occupazioni (che non sono mai un divertimento) non sono diminuite ma non sappiamo nemmeno quanti sono ad abitarci e l’unico intervento pubblico è quello di staccare l’acqua o la luce. Nel frattempo il patrimonio residenziale pubblico viene ridotto con vendite massive e di nuovi investimenti nemmeno si parla. E sempre secondo Acer, a fine 2018 le unità residenziali vuote e sfitte a Roma erano 37.500. Questa non è emergenza: questa è la inaccettabile «normalità casa» a Roma oggi.
