L’Italia che non riesce a innovare il ciclo produttivo dell’edilizia

Condivido tale analisi e va aggiunto che questo è il risultato di una politica scellerata fatta in questi ultimi 25 anni,se si pensa poi che l’ultimo VERO PIANO CASA e non quello di CIOCCHETTI e POLVERINI che non si può certo chiamare PIANO CASA come pomposamente viene chiamato fu fatto dall’on.le FANFANi quando la Politica faceva ancora il suo mestiere negli anni 60,dopodichè il NULLA solo ogni tanto sporadiche costruzioni GHETTO che però non hanno risolto il vero problema dell’emergenza abitativa.
OGGI il Governo non deve mettere toppe,ma fare un vero PIANO DI EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA senza fare GHETTI,ma ne sono capaci? Se ha governare sono gli stessi che ci hanno ridotto in questo modo,qualche dubio mi assale.

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L’Italia che non riesce a innovare il ciclo produttivo dell’edilizia, con evidenti effetti sulla ripresa del settore, che non si vede. A dispetto delle teorie e del dibattito incentrato sull’abolizione dell’Imu per le prime case, che in realtà pesa marginalmente sul mercato: il gettito dell’imposta, come è noto, ammontava a 27 miliardi, e di questi solo 4 provenivano dalle abitazioni principali.

Se ne è parlato ieri a Torino, nel corso della seconda giornata di Urbanpromo, l’evento di marketing urbano e territoriale organizzato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica e da Urbit che ha dedicato un ampio approfondimento alla condizione del mercato abitativo, con la presentazione dei dati e delle ricerche di Cresme, Cassa depositi e prestiti, Banca d’Italia e Scenari immobiliari.

Proprio un report di Scenari immobiliari mette in evidenza la scarsa incidenza dell’housing sociale nelle principali città italiane: a Roma e Milano incide rispettivamente per il 4 e il 7% sul totale delle locazioni. A Londra siamo al 26, a Copenaghen al 20, a Parigi al 17, la media europea è del 15. Le case di proprietà nelle due città italiane più grandi superano il 60%, solo Barcellona in Europa si attesta su questi livelli.

E da qui si capisce come la crisi dell’immobiliare, con i prezzi crollati del 30% negli ultimi sette anni (dati Cresme) e in cui le compravendite sono scese del 20% solo nell’ultimo anno e il mercato negli ultimi dieci si è dimezzato (dati Scenari Immobiliari) sia un dramma generale, che ha colpito il patrimonio e il reddito della maggior parte degli italiani e che si somma alla crisi economica generale.

Sempre Scenari immobiliari ha messo in evidenza come in Italia domanda e offerta ormai non si incontrino più. La contrazione del reddito e le nuove esigenze sono fuori asse rispetto alle disponibilità e ai prezzi forniti dal mercato. Nel 2013 sono state “assorbite” dal mercato poco più della metà delle abitazioni. Nel 2005 eravamo oltre il 90%. Siamo di fronte a una domanda che cambia e che va intercettata.

Il mercato, faticosamente, prova ad adeguarsi: in Italia i bilocali in quattro anni hanno aumentato il loro “peso” sul totale delle abitazioni del 5% (dal 27 al 32%), le “classiche” case familiari dimensionate tra gli 80 e i 110 metri quadri abitate sono ormai solo il 20% contro il 26% di quattro anni fa. È un processo spontaneo che non basta, andrebbe ottimizzato e stimolato.

Dice la Banca d’Italia: Ci sono quattro milioni e mezzo di unità residenziali che non sono adibite ad abitazioni né affittate, e di certo non sono tutte seconde case. Eppure Cresme indica proprio nella indisponibilità di case alla portata la tendenza alla riduzione delle famiglie italiane: sempre meno giovani escono di casa e “fanno famiglia”. Dice ancora la Banca d’Italia a Urbanpromo: “Negli ultimi venti anni lo stock di abitazioni è cresciuto in Italia a ritmi più sostenuti della popolazione residente”. Problema di costi?

Cresme individua un problema che è patologico del sistema Italia, un freno che impedisce il ricambio e la ripresa dell’edilizia e dell’immobiliare. Non l’Imu, non la crisi dei mutui: il comparto soffre di deficit di produttività, in cinquant’anni è scesa del 10%.

Occorre rivoltare il sistema come un calzino, applicare tecnologie a partire dall’allestimento dei cantieri: il costo degli errori diminuirebbe dal 40 al 10%. Con effetti benefici sui prezzi. La programmazione dei fondi europei 2014-2020 potrebbe aiutare in questo senso a replicare nell’edilizia quanto successo in settori come l’aeronautico e l’automobilistico.

Fonte: Ufficio stampa Urbanpromo

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