Giovedì 16 marzo 1978 a Roma era previsto il dibattito alla Camera dei deputati e il voto di fiducia per il quarto Governo presieduto da Giulio Andreotti: si trattava di un momento di grande importanza poiché, per la prima volta dal 1947, il PCI avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana[2].
Con un faticoso lavoro di mediazione e sintesi politica, Moro, che aveva intrapreso approfonditi colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani usciti dalle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Aldo Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche: fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti[2].
Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro espose ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione, e la sua prognosi. Fu il suo ultimo discorso pubblico. Moro riconobbe che da anni qualcosa s’era guastato nel normale meccanismo della democrazia italiana poiché, dopo le elezioni di due anni prima, erano emersi due vincitori; perciò bisognava approfittare della disponibilità del PCI a «trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato»[3].
L’11 marzo Andreotti si recò al Quirinale con la lista dei ministri: in precedenza Berlinguer aveva chiesto che fossero depennati dall’elenco i ministri considerati più anticomunisti e che fosse designato qualche tecnico[3]. All’interno del PCI ci fu chi vide in quell’esecutivo monocolore una provocazione. Giancarlo Pajetta annunciò che non avrebbe partecipato alle votazioni. Tra i pareri di chi voleva si rifiutasse il Governo, e chi voleva lo si accettasse, ne prevalse un terzo: i comunisti avrebbero risolto il dilemma dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera[3].
Aldo Moro era inoltre obiettivo, oltre che di attacchi politici, di manovre scandalistiche che miravano a minarne l’autorevolezza. Nel quadro delle indagini sul cosiddetto scandalo Lockheed, era stato ventilato sulla stampa che il famoso «Antelope Kobbler», il misterioso referente politico principale coinvolto nella transazione finanziaria con l’industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere proprio Moro. Il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un articolo in questo senso con il titolo: Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro, altri importanti quotidiani nazionali riportavano le stesse notizie[4].
La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le 10:00 del 16 marzo[3] e fin dalle 8:45 gli uomini della scorta di Aldo Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79, che l’uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento[5]. Aldo Moro scese qualche minuto prima delle 9:00[3] e venne accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, suo fedele collaboratore da molti anni, all’auto di rappresentanza, una Fiat 130 berlina non blindata, dove si sedette sui sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l’auto del presidente e quella della scorta, si mise in movimento in direzione di via della Camilluccia. Le auto procedevano a velocità abbastanza sostenuta, mentre l’uomo politico consultava il pacco dei giornali del mattino: prima di raggiungere la Camera dei deputati era prevista l’abituale sosta nella Chiesa di Santa Chiara[6].
Ore 9:00-9:30
Alle ore 9:00 circa in via Mario Fani, quartiere Trionfale, l’auto con a bordo Aldo Moro e quella della scorta furono bloccate all’incrocio con via Stresa da un gruppo di terroristi che aprirono immediatamente il fuoco, uccisero in pochi secondi i cinque uomini della scorta e sequestrarono Moro[7]. I terroristi ripartirono subito su diverse auto e fecero perdere le loro tracce. In via Fani rimasero la Fiat 130, targata «Roma L59812» su cui viaggiava Moro, con i cadaveri dell’autista, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (42 anni) e del responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (52 anni), e l’Alfa Romeo Alfetta targata «Roma S93393» degli agenti di scorta con a bordo il cadavere della guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni) gravemente ferito ma ancora in vita; riverso supino sul piano stradale, vicino all’auto, rimase anche il corpo della guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 24 anni. Davanti alla Fiat 130 rimase un’auto Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico «CD 19707», ferma all’incrocio e abbandonata dai suoi occupanti[8].
IL VERO MOTIVO PER CUI FU UCCISO MORO PERCHE’ VOLEVA INSIEME A BERLINGUER FARE IL COMPROMESSO STORICO CHE LUI RITENEVA SALUTARE E UTILE A RISANARE IL PAESE E SOPRATTUTTO LA DC A RIGENERARSI, MA FU PROPRIO PER QUESTO CHE FU RAPITO E UCCISO E SULLA SUA MORTE ANCORA OGGI NON SI E’ FATTA CHIAREZZA!
RICORDO TUTTO DI QUELLA GIORNATA E DI QUELLE GIORNATE CHE SEGUIRONO AVEVO 34 ANNI, ERO SCONVOLTA DA TANTA VIOLENZA UCCISI TUTTI E CINQUE GLI UOMINI DI SCORTA CON UNA AZIONE DA VERI PROFESIONISTI E IL DUBBIO CHE LE BR NON FOSSERO SOLE.
DA COME ANDARONO LE COSE CAPII SUBITO CHE MORO NON LO AVREBBERO SALVATO, PERCHE’ ALDO MORO SAREBBE STATO PIU’ UTILE DA MORTO PER LA DEMOCRAZIA CRISTIANA, MORO VIVO AVREBBE PORTATO AVANTI IL SUO PROGETTO POLITICO E QUESTO NON FACEVA COMODO A MOLTI DELLA DC E NON SOLO DELLA DC E FU COSI CHE NE DECRETARONO LA SUA MORTE.


